16 giugno 2016 Letto 1298 volte
Sentenza Corte di Cassazione V sezione penale n. 12528/2016

Di recente la V sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza 14 gennaio – 24 marzo 2016 n. 12528, dopo avere indicato le differenze tra il reato di "Atti persecutori" previsto dall'art. 612-bis e quello di molestie ex art. 660 c.p., ha enunciato il seguente principio di diritto:  "Le condotte di molestie rilevanti ai sensi dell'art. 612 bis c.p. stante la diversità tra la detta fattispecie e quella dell'art. 660 c.p., non devono essere necessariamente commesse in luogo pubblico, aperto al pubblico ovvero con il mezzo del telefono, come previsto dal tenore letterale dell'art. 660 c.p.”

 

Nel caso deciso dalla Suprema Corte all'imputato veniva contestato in primo grado il reato di cui all'art. 612 bis c.p. perchè “con condotte reiterate e quotidiane, consistenti in dichiarazioni amorose deliranti ed in minacce, molestava la ex moglie, in particolare inviandole numerosi messaggi sms, decine di messaggi di posta elettronica e lettere, consegnandole a casa, sul luogo di lavoro e presso parenti, lasciandole bigliettini sul parabrezza dell’auto, in modo da cagionarle un grave e perdurante stato di ansia e di paura tale da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità o per quella di un prossimo congiunto”.

 

Il Tribunale di Cremona assolveva l'imputato perchè il fatto non sussiste. Con ricorso depositato il 09/07/2015, il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Brescia ricorreva per violazione di legge, ex art. 606 lett. b) c.p.p. in relazione agli artt. 612 bis, e 660 c.p., in quanto “la motivazione dell’assoluzione sarebbe stata determinata dal fatto che, secondo il giudice impugnato, la condotta di cui all’art. 612 bis, c.p., dovrebbe coincidere con quella di cui all’art. 660 c.p., con la conseguenza che le condotte di molestie dovrebbero necessariamente essere commesse in luogo pubblico o aperto al pubblico e con il mezzo del telefono; da ciò conseguirebbe l’esclusione della rilevanza penale dell’invio di messaggi di tipo epistolare e di quelli inviati per posta elettronica, oltre che per l’impossibilità di interpretazione estensiva del dettato normativo, anche per la possibilità di individuare immediatamente il mittente e, quindi, di escludere la ricezione dei messaggi stessi e delle lettere, evitando in tal modo ogni lesione alla sfera individuale. Tale interpretazione non appare condivisibile, in quanto le condotte moleste, seppure non rientranti nel parametro individuato dagli artt. 612 e 660 c.p., nella misura in cui siano reiterate e producano uno degli eventi indicati nella norma di cui all’art. 612 bis, c.p., integrano il delitto di atti persecutori".

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Procuratore Generale e rimarca che “il reato di molestie di cui all'art. 660 c.p., si pone come del tutto distinto, autonomo e concorrente rispetto al reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p, da cui non viene assorbita per la diversità dei beni giuridici tutelati e per la diversa struttura del reato.

La contravvenzione di cui all’art. 660 c.p., che configura la molestia o il disturbo alle persone, mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa alla quiete privata; trattasi di un’ipotesi di reato plurioffensiva, che mira a tutelare non solo la tranquillità del privato, ma anche l’ordine pubblico, ed è, pacificamente, reato di pericolo, non necessariamente abituale, potendo essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o di molestia, purché ispirata da biasimevole motivo o caratterizzata da petulanza, ossia da quel modo di agire pressante ed indiscreto che interferisce in maniera sgradevole con l’altrui sfera privata (Sez. 1, sentenza n. 19924 del 04/04/2014, Rv. 262254; Sez. 1, sentenza n. 3758 del 07/11/2013, Rv. 258260; Sez. 1, sentenza n. 2597 del 13/12/2012, Rv. 254627).

Il delitto di atti persecutori tutela la libertà individuale ed è reato abituale di danno, per la cui sussistenza è richiesta la produzione di un evento consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura,o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva.

Non vi è dubbio, quindi, che la condotta del delitto di cui all’art. 612 bis, c.p., possa essere rappresentata da molestie, oltre che da minacce, ma ciò non legittima l’interprete a considerare la fattispecie di cui all’art. 612 bis, c.p., come una reiterazione di successivi episodi di molestie, come tali singolarmente inquadrabili nella contravvenzione di cui all’art. 660 c.p.

I beni giuridici protetti sono diversi tra loro – in un caso la libertà individuale, nell’altro la quiete privata e l’ordine pubblico – la struttura dei reati è ontologicamente diversa – delitto necessariamente abituale di danno in un caso, reato non necessariamente abituale di pericolo nell’altro – per cui appare evidente come dette fattispecie possano avere un nucleo strutturale comune, costituito dalla condotta molesta che tuttavia, nel delitto di cui all’art. 612 bis, c.p., si deve inserire in una sequenza idonea a produrre uno degli eventi di danno tipizzati dalla norma, eventualmente affiancandosi anche ad altre tipologie di condotte minacciose o lesive, mentre nella contravvenzione di cui all’art.660 c.p., la rilevanza dell’ordine pubblico quale bene da tutelare rende necessario che le molestie siano commesse in un luogo pubblico o aperto al pubblico, oltre che con il mezzo dei telefono. La tutela apprestata dall’art. 612 bis, c.p., alla libertà individuale prescinde e non si estende ad alcuna dimensione pubblicistica, per cui dalla sfera di operatività di detto reato esula del tutto la tutela dell’ordine pubblico, con la conseguente irrilevanza dell’essere le condotte moleste, nel caso di cui all’art. 612 bis, c.p., commesse o meno in un luogo pubblico o aperto al pubblico.”

 

Si allega il testo degli artt.Art. 660 c.p. e Art. 612 bis c. p. e il testo della sentenza della Cassazione n. 12528/2016 del 24.03.16.

11 giugno 2016 Letto 598 volte
Legge 20 Maggio 2016 n. 76

In data 05/06/2016 è entrata in vigore la Legge 20 maggio 2016 n. 76 (Legge Cirinnà)Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze. (G.U. Serie Generale n.118 del 21-5-2016)

La suddetta legge oltre a istituire nei commi da 2 a 35 dell'art. 1 l'unione civile tra persone dello stesso sesso, nei successivi commi da 36 a 67 dell'art. 1 regola le convivenze di fatto.

Sono «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

 

La Legge di cui sopra dal comma 50 dell'art. 1 individua la possibilità per i conviventi di fatto di dare valore ai loro accordi patrimoniali mediante la sottoscrizione di un atto pubblico o di una scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un AVVOCATO che ne attestano la conformita' alle norme imperative e all'ordine pubblico.

Ai fini dell'opponibilita' ai terzi, il professionista  che  ha ricevuto l'atto  in  forma  pubblica  o  che  ne  ha  autenticato  la sottoscrizione  ai  sensi  del  comma  51  deve  provvedere  entro  i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune  di  residenza dei conviventi per l'iscrizione all'anagrafe ai sensi degli  articoli 5 e 7  del  regolamento  di  cui  al  decreto  del  Presidente  della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. 
Il  contratto  di  cui  al   comma   50   reca   l'indicazione dell'indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti  al  contratto  medesimo.

Il  contratto  puo' contenere:
a) l'indicazione della residenza;
b) le modalita' di contribuzione  alle  necessita'  della  vita  in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e  alla  capacita'  di lavoro professionale o casalingo;
c) il regime patrimoniale della comunione dei  beni,  di  cui  alla sezione III del capo VI del titolo VI  del  libro  primo  del  codice civile.
Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza  puo' essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza con le modalita' di cui al comma 51.
Il   trattamento   dei   dati   personali   contenuti   nelle certificazioni anagrafiche deve avvenire conformemente alla normativa prevista dal codice in materia di protezione dei dati  personali,  di cui al decreto legislativo 30 giugno  2003,  n.  196,  garantendo  il rispetto  della  dignita'  degli   appartenenti   al   contratto   di convivenza.  I  dati   personali   contenuti   nelle   certificazioni anagrafiche non possono  costituire  elemento  di  discriminazione  a carico delle parti del contratto di convivenza.

Il contratto di convivenza non puo' essere sottoposto a termine o condizione.  Nel  caso  in  cui  le  parti  inseriscano  termini  o condizioni, questi si hanno per non apposti.
Il contratto di convivenza e' affetto  da  nullita'  insanabile  che puo' essere fatta  valere  da chiunque  vi  abbia  interesse  se concluso:
a) in presenza di un vincolo matrimoniale, di un'unione civile o di un altro contratto di convivenza;
b) in violazione del comma 36; 
c) da persona minore di eta'; 
d) da persona interdetta giudizialmente;
e) in caso di condanna per il delitto di cui  all'articolo  88  del codice civile.
Gli effetti del contratto  di  convivenza  restano  sospesi  in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale o  nel  caso  di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per  il  delitto  di cui all'articolo  88  del  codice  civile,  fino  a  quando  non  sia pronunciata sentenza di proscioglimento.

Il contratto di convivenza si risolve per: 
a) accordo delle parti;
b) recesso unilaterale;
c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un  convivente
ed altra persona;
d) morte di uno dei contraenti.

La risoluzione del contratto di convivenza  per  accordo  delle parti o per recesso unilaterale deve essere redatta  nelle  forme  di cui al comma 51. Qualora il contratto di convivenza preveda, a  norma del comma 53, lettera c), il regime patrimoniale della comunione  dei beni, la sua risoluzione determina lo  scioglimento  della  comunione medesima e si applicano, in quanto compatibili,  le  disposizioni  di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del  libro  primo  del codice civile. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio  per gli atti di  trasferimento  di  diritti  reali  immobiliari  comunque discendenti dal contratto di convivenza.
Nel caso di recesso unilaterale da un contratto  di  convivenza il professionista che riceve o che autentica l'atto e' tenuto,  oltre che agli  adempimenti  di  cui  al  comma  52,  a  notificarne  copia all'altro contraente all'indirizzo risultante dal contratto.
Nel caso in cui la casa  familiare  sia  nella  disponibilita'  esclusiva  del recedente, la dichiarazione di recesso,  a  pena  di  nullita',  deve contenere il termine, non inferiore a  novanta  giorni, concesso  al convivente per lasciare l'abitazione.
Nel caso di cui alla lettera c) del comma 59, il contraente che ha contratto matrimonio o unione  civile  deve  notificare  all'altro contraente, nonche' al professionista che ha ricevuto  o  autenticato il contratto di convivenza, l'estratto  di  matrimonio  o  di  unione civile.
Nel caso di cui alla lettera d) del  comma  59,  il  contraente superstite o gli eredi del contraente deceduto devono  notificare  al professionista  che  ha  ricevuto  o  autenticato  il  contratto   di convivenza  l'estratto  dell'atto  di  morte  affinche'  provveda  ad annotare a margine del contratto di convivenza l'avvenuta risoluzione del contratto e a notificarlo all'anagrafe del comune di residenza.
Dopo l'articolo 30 della legge  31  maggio  1995,  n.  218,  e' inserito il seguente:
«Art. 30-bis (Contratti  di  convivenza).
1.  Ai  contratti  di convivenza si applica la legge nazionale comune  dei  contraenti.  Ai contraenti di diversa cittadinanza si applica la legge del  luogo  in cui la convivenza e' prevalentemente localizzata.
2. Sono fatte salve le norme nazionali, europee  ed  internazionali che regolano il caso di cittadinanza plurima».
In caso di cessazione della convivenza  di  fatto,  il  giudice stabilisce  il  diritto  del  convivente   di   ricevere   dall'altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.  In  tali  casi,  gli alimenti sono assegnati per  un  periodo  proporzionale  alla  durata della convivenza e nella misura determinata  ai  sensi  dell'articolo
438, secondo comma, del codice civile. Ai fini  della  determinazione dell'ordine degli obbligati ai sensi  dell'articolo  433  del  codice civile, l'obbligo alimentare del convivente di cui al presente  comma e' adempiuto con precedenza sui fratelli e sorell
e.

 

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